ABAZIA DEL GOLETO
Fra i comuni di Lioni, Nusco e Sant’Angelo dei Lombardi, nella splendida vallata del Fiume Ofanto , color dell’oro nei mesi di giugno e luglio quando il grano è maturo, si ergono maestose le mura dell’ Abbazia del Goleto. S. Guglielmo da Vercelli , diretto in Terra Santa, si fermò in Irpinia , preso dalla vocazione e dalla bellezza del luogo. Decise di restare e fondò la comunità maschile di Montevergine . Correva l’anno 1114. Nel 1133, visitando l’Alta Irpinia, si fermò al Goleto e, vivendo da eremita in un grosso cavo d’albero, iniziò a costruire un monastero femminile . San Guglielmo morì il 24 giugno 1142 .
L’abbazia ha sfidato secoli, terremoti e vandalismi. Essa è ancora lì a deliziare chiunque ne varchi la soglia. Un portale in pietra ci fa entrare nel perimetro esterno dove sorge un magnifico giardino curato dai Piccoli Fratelli della Comunità Jesus Caritas . I Fratelli hanno cura anche dell’antica abbazia e accolgono i visitatori con gentilezza e cortesia. Oltre il portale, notiamo figure di animali e pregevoli decorazioni scolpite nella pietra, come pure due figure romane su un grosso blocco. Svoltando a destra si accede in un chiostro ed in un giardino. Di fronte svetta unatorre, la cui costruzione è stata effettuata utilizzando blocchi di pietra di un mausoleo del periodo augusteo intitolato a M. Pallio Marcello . La torre, in perfetto stile romanico, fu fatta costruire dalla Badessa Febronia nel 1152 come sistema di difesa. Costeggiando la torre, sul lato sinistro, si aprono dei bui cunicoli e percorrendo quello sulla sinistra ci troviamo nella cappella funeraria del 1200, di stile romanico-pugliese. Essa si presenta a due navate e da due colonne con capitelli partono gli archi che sorreggono la volta. Vi sono anche un’ arca sepolcrale intagliata e splendidi affreschi sui muri.
Uscendo si arriva nel cortile principale e da una scala in pietra sormontata da un passamano a forma di serpente, si sale alla Cappella di San Luca , il vero gioiello dell’abbazia. Su un opuscolo illustrato che ci dona un
gentilissimo Frate sorridente, così si legge: Il portale d’ingresso, sormontato da un arco a sesto acuto e da un rosone a sei luci sul fronte del quale è scritto: la chiesa fu fatta costruire dalla badessa Marina II per accogliere le spoglie di San Luca. L’interno è costituito da una sala piccola a due navate coperte di crociere ogivali, che poggiano su due colonne centrali e su dieci mezze colonne inserite nei muri perimetrali. Le basi ottagonali delle colonne e i capitelli decorati di foglie ricurve, su due ordini asimmetrici, richiamano, secondo molti critici, la residenza di Federico II di Svevia a Castel del Monte in Puglia . Numerosi altri motivi di arte scultorea e pittorica arricchiscono la cappella, fra cui due affreschi, che raffigurano le Badesse Scolastica e Marina. Di pregevole fattura anche gli altari. Tutti questi beni fanno della cappella di San Luca uno dei monumenti più preziosi dell’Italia meridionale.
Ritornando nel cortile principale e salendo una breve scalinata ci troviamo nella chiesa grande. Tre arcate all’interno. Anche se la chiesa è senza copertura possiamo immaginare i suoi passati splendori osservando i resti degli stucchi alle pareti, la bellezza del pavimento. La forma di questa chiesa era a croce greca con al centro una cupola. Essa è denominata Chiesa del Vaccaro , dal nome del rinomato architetto napoletano.
Se oggi si può visitare l’ Abbazia del Goleto e immaginare il suo passato splendore, lo si deve a Padre Lucio M. De Martino, un monaco Verginiano che, ostinatamente, portò avanti la battaglia per il recupero dell’antico e prestigioso monumento. A lui tutta la comunità dice grazie per aver salvato dalla distruzione del tempo e dei vandali un inestimabile patrimonio che arricchisce la nostra Irpinia .
A continuare l’opera di Padre Lucio , i Piccoli Fratelli che con impegno e abnegazione vegliano sull’abbazia del Goleto e ne sono i custodi con la garanzia dell’affetto dell’ Arcivescovo padre Salvatore Nunnari che, dopo averla inserita nel percorso giubilare, si prepara a rivitalizzarla e a renderla meta di chi ama l’arte e la quiete.
ABAZIA DEL LORETO
L’Abbazia di Loreto, o più precisamente, il Palazzo Abbaziale di Loreto, è una struttura pregevole, di estremo interesse da punto di vista artistico, architettonico e storico. A partire dal XIV secolo, l’abbazia funge da dimora invernale per l’Abate generale della Diocesi di Montevergine. Il nome “Loreto” deriverebbe dal fatto che l’Abbazia venne edificata dove in tempi pagani insisteva un bosco di lauro, sacro ad Apollo. L’abbazia subì gravissimi danni dal tremendo terremoto del 1732, tanto che nel 1733 l’abate Federici fece iniziare i lavori di ricostruzione, affidando la progettazione al valente artista Domenicantonio Vaccaro. I lavori terminarono nel 1749, sotto l’abate Letizia. La struttura è bassa e simmetrica, con un bellissimo chiostro-cortile interno, che ospita un giardino assai curato e protetto dalle ali della struttura, con sullo sfondo il Massiccio del Partenio. In tale luogo, si tiene nel mese di luglio la rassegna di musica classica “Musica in Irpinia” che richiama migliaia di appassionati. L’importanza storico-culturale dell’abbazia è ragguardevole, visto che le sue numerose sale custodiscono o ospitano:
arazzi fiamminghi del XVIII secolo (o XVI?);
una farmacia con oltre 300 vasi di maiolica del XVIII secolo decorate a mano;
l’Archivio storico dei Padri Benedettini (tel. 0825-787150), considerato unico nel Mezzogiorno, con numerose “cinquecentine”, 7000 pergamene appartenenti a varie città e paesi del Regno di Napoli;
una biblioteca con oltre 150000 volumi, e documenti, imperiali e vescovili, un gran numero di regi diplomi dei principi normanni (a cominciare da re Ruggiero), degli Svevi, degli Angioini e degli Aragonesi, 300 Bolle pontificie, la più antica delle quali risalente ad Alessandro III, e 200 Codici manoscritti di pregio non comune.
Tale biblioteca oggi è aperta al pubblico e funge da istituto culturale.
SANTUARIO MONTEVERGINE
L’origine ufficiale del Santuario di Montevergine risale alla consacrazione della prima chiesa nel lontano 1126. Tuttavia l’ascesa di Guglielmo al monte era di qualche anno precedente. Su quelle cime impervie il Santo era andato cercando un luogo solitario per raccogliersi in preghiera, ma fin da subito la sua fama e le sue virtù attrassero sul monte uomini e donne, discepoli e sacerdoti desiderosi di servire Dio sotto il suo magistero. La nascita del Santuario fu quindi alquanto spontanea, Guglielmo non aveva mai pensato a una propria organizzazione monacale. Eppure in poco tempo le persone sopravvenute sul monte per seguirlo, avviarono un’intensa attività edificatrice, cosicché furono presto pronte le prime celle per i religiosi e una piccola chiesetta. Si trattava in verità di umili capanne tenute in piedi con un po’ di malta e fanghiglia, sufficienti comunque a dare l’idea di una sorgente comunità religiosa sotto la guida del Santo. Lo stesso afflato religioso che spontaneamente aveva riunito attorno alla figura di Guglielmo una prima comunità monastica, fu alla base della scelta di dedicare la primitiva chiesa alla Madonna. Al di là di alcune credenze popolari che hanno voluto legare l’origine del Santuario a un’apparizione della Madonna, si può dunque affermare che fu proprio lo spirito ascetico mariano di San Guglielmo e dei suoi discepoli a fare in modo che sulle cime del monte Partenio si elevasse un faro di devozione alla Santa Vergine Madre di Dio. Da allora lo scopo principale della nuova famiglia monastica fu quello di servire Dio mediante la devozione alla Madonna, che i discepoli di Guglielmo presero ben presto a diffondere in tutta la Campania e nelle regioni adiacenti, organizzando numerosi pellegrinaggi verso la loro casa madre. La devozione mariana fu concepita dai bianchi figli di Guglielmo come la via più efficace per inserirsi nel mistero della Trinità di Dio e della redenzione operata da Gesù. Il motivo fondamentale del faticoso viaggio e dell’aspra salita alla chiesa di Santa Maria di Montevergine, delle prolungate preghiere e delle offerte dei credenti, divenne l’invocazione della potente intercessione della Madonna per ottenere la misericordia di Dio. Fu così che Montevergine si trasformò presto nel Santuario mariano più famoso e visitato dell’Italia Meridionale, e i pellegrinaggi assunsero la loro specifica caratteristica.
SANTUARIO DI SAN GERARDO
Le notizie più antiche sull’esistenza del Santuario, risalgono all’anno 1200, quando tra i beni amministrati dall’arcidiocesi di Conza, risulta esservi la chiesa sotto il titolo di Sancta Maria de Silere (Santa Maria del Sele) . Impossibile, se non a costo di grandi sacrifici e senza aver la certezza di risultati concreti, andare a ritroso oltre questa data. Sono due le leggende che circolano tutt’ora – e a volte confondendosi – sull’origine della Mater Domini: la prima, vuole che essa sia stata ritrovata da alcuni pastori nel bosco; la seconda, afferma che essa sia apparsa (denominandosi la Mater Domini ) su un sambuco ad alcuni contadini, ai quali chiese ed ottenne che lì vi costruissero una cappella in suo onore. Distrutta dal terremoto del 1980 era in stile neoclassico, lunga 29 mt. e larga 16 mt., a croce latina a tre navate. Ornata di marmi policromi e colonne di granito grigio era decorata con doviziosa abbondanza di ori, stucchi e affreschi. Nel 1600, accanto alla chiesa, viene costruita la cisterna (noto come il “pozzo di san Gerardo” ed inglobata nei locali del nuovo Santuario edificato nel 1974) per raccogliere l’acqua piovana, che purificata con metodi casalinghi serviva per gli usi della chiesa, per dissetarsi e per l’adiacente cucina.
S. Gerardo andava spesso ad attingervi per le ampolline della Messa e per i vasi dei fiori posti davanti al SS. Sacramento e alla Madonna: ne prendeva per il refettorio e – più spesso – per i viandanti e i numerosi pellegrini alla Mater Domini, che di estate affacciandosi in portineria domandavano un bicchiere d’acqua: la famosa “acqua nevata” , che usavano nei caldi mesi estivi per vincere l’arsura dovuta al lungo cammino. Il pozzo è ancora oggi visibile all’interno del Santuario, accanto alla sacrestia.